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Il mito del bianco nella storia dell’architettura e della progettazione degli ambienti

29/01/2018

Per alcune persone è un fattore trascurabile, per altre è quell’elemento che determina le emozioni generate da un dato luogo, per altre conferisce alla realtà che ci circonda un quid estetico. Quanta rilevanza e influenza può avere un colore sull’ambiente?

E quale importanza riveste invece il colore bianco in questa visione della realtà, in questa contemporaneità scandita da purezza e candore come elemento di innovazione e come perfezione. Perché questo “non colore” nel corso dei secoli si è fatto vessillo e simbolo di eleganza, modernità, pura bellezza?

Prima di essere una concezione estetica, la colorazione rappresenta una percezione visiva generata dai fotorecettori della retina oculare, che scrutano intensità e lunghezza d’onda della luce e rinviano tutti gli stimoli raccolti al cervello.

Il bianco è una percezione organica, ma è da ritenersi anche un fenomeno culturale.

È la cultura in questione quella variabile nella percezione della realtà che ci circonda, nonostante sia fortemente radicata la convinzione che i gusti estetici e i canoni di bellezza siano frutto di una concezione unica e soggettiva. In verità la convinzione che il bianco, piuttosto che il colore nero, siano, ad esempio, dei colori sobri per un elemento di arredo o le pareti di una casa, un vestito elegante o un’architettura è il retaggio di una forzatura culturale.

Il mito del bianco è un equivoco che risale all’età classica. Le origini di questo mito possono essere ricondotte al Rinascimento, in seno alla questione sorta nell’Accademia fiorentina che vide contrapporsi la forma e il colore, la scultura e la pittura. La scultura fu considerata la scelta vincente, simbolo del prodotto della ragione virile, una ragione capace di controllare e dominare gli elementi irrazionali e femminili della pittura. Dapprima la scultura si vestiva di bianco e di nero, dal momento che i ritrovamenti archeologici pervenuti dall’antichità fecero emergere marmi e bronzi, materiali che hanno avuto la capacità di resistere al tempo indipendentemente dalle loro decorazioni.

A sancire il primato assoluto della monocromia del bianco fu la scoperta del Laocoonte, ritenuta la prima vera falsificazione percettivo-estetica della cultura classica. L’opera fu rinvenuta il 14 gennaio del 1506, sotto gli occhi dello stesso Michelangelo: il candore bianco ed etereo della statua fu così intenso da influenzare totalmente gli artisti dell’epoca e di quelle successive. Ma nessuno immaginava minimamente che questo colore puro fosse frutto della perdita di altre colorazioni durante la millenaria permanenza dell’opera sotto terra. Da questo momento le statue vennero realizzate in nudo marmo e la policromia morì insieme all’esigenza di dover copiare la natura.

A suggellare il mito del bianco in età classica fu nel 1755 Winckelmann coi suoi “Pensieri sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura”. Il Neoclassicismo, con le sue scoperte archeologiche e le sue convinzioni rese, in maniera decisiva e irrimediabile, il bianco il colore della perfezione architettonica ed artistica. Invero questa concezione avvalorata per secoli è stata il frutto di un fraintendimento culturale che solo oggi sappiamo riconoscere ma dal quale non sappiamo più sottrarci.

Dopo il Neoclassicismo il bianco è stato ripreso come simbolo cardine da più epoche e movimenti, si pensi al Novecento, quando il razionalismo lo indicò come unica risposta in una concezione dell’architettura in cui il decoro e l’eccesso vennero banditi. Si pensi all’E42, che ostinatamente riprende l’idea di una classicità travisata e la plasma a nuova forma metafisica dando vita a quello spazio sospeso nel tempo che chiamiamo EUR.

Il bianco ha, in realtà, origini primitive che esulano dalla questione del suo stesso mito: ancor prima di essere un fraintendimento, questa espressione della cultura è stata emblema di purezza e nobiltà, dal candore delle braccia di Nausicaa, alle ricche donne d’Egitto, per poi assumere nel Medioevo valore di sacralità e fede. Per capirlo basta immergersi nella luce di Piazza dei Miracoli di Pisa, dove si percepisce chiaramente questo senso di imperturbabilità.

Questo non colore ha percorso tutta la nostra storia ed è ora rappresenta la chiave della contemporaneità: è profondamente apprezzato nella nostra epoca, è la tonalità della sperimentazione, della nuova architettura.

Allora come può essere solamente frutto di un fraintendimento?

Richard Meier è ritenuto unanimemente l’architetto in bianco della nostra epoca e alla questione relativa alla scelta del bianco risponde:

“L’architettura è creazione di uno spazio definito attraverso superfici opache e trasparenti, elementi lineari e piani, aperture e chiusure. Tutti questi elementi sono essenziali per l’architettura, e il bianco rende più evidenti le differenze tra aperture e chiusure, tra solidità e trasparenza, tra elementi lineari ed elementi piani, tra involucro e struttura. Credo che il bianco renda vivi gli elementi architettonici”.

Il secondo aspetto concerne il fatto che l’architettura è fatta dagli uomini, è statica, non muta, non cresce nel tempo. È la natura che si trasforma durante il giorno, nel susseguirsi delle stagioni e il candore degli edifici contribuisce a riflettere la differenza tra ciò che è stato creato dall’uomo è ciò che, invece, è naturale. Ci aiuta a percepire la natura che ci sta attorno e il modo in cui l’architettura la riflette.

Un altro elemento che Meier mette in evidenza sono i suoi studi nell’area del Mediterraneo: proprio questo è il punto di partenza da cui trae origine la sua ispirazione: le case candide che riflettono la luce del sole, le linee definite, le ombre e i giochi di luce netti hanno generato una delle ispirazioni più intense che ha generato il pensiero moderno dell’architetto, ispirazioni che ancora una volta hanno origini antiche ma che in questo caso si basano su un effetto di valorizzazione architettonica.

Forse inconsciamente, oltre la storia e oltre i fraintendimenti, è questa la ragione per cui continuiamo a preferire il bianco, per mettere in evidenza ed enfatizzare l’Architettura, ma non fine a sé stessa, le sue linee e i suoi chiaroscuri.

Il bianco vuole enfatizzare un’Arte che è il contenitore della vita, di ciò che è quotidiano, ciò che accade nello spazio che viene messo in maggior evidenza e viene valorizzato su questo sfondo che è come un foglio ancora da scrivere, una tela bianca da “imbrattare” con la nostra storia.

L’Architettura è emozione, è il luogo dove avviene l’esperienza, ed è per questo che vuole rappresentare la vita stessa, lasciandola parlare.

Ginevra Corso

Ginevra Corso, architetto, è direttore editoriale del magazine di design e architettura The WalkMan. Amante delle sfide, curiosa e con un'idea di trinità: il bello, il progetto e il viaggio.

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